Gli scienziati incaricati dalla Fsa hanno cercato su tre grandi database di pubblicazioni scientifiche tutti gli articoli pubblicati dal 1958 al febbraio 2008 che confrontavano le sostanze nutrienti nei cibi biologici e convenzionali. I testi potevano essere scritti in qualsiasi lingua, ma il riassunto (abstract) doveva essere in inglese. L’inglese è ormai la lingua internazionale per le pubblicazioni scientifiche. Esistono ancora riviste specializzate in lingue diverse, ma sempre più spesso anche quelle che escono in paesi non di madrelingua inglese, come Russia, Italia o Germania, vengono scritte in inglese per poter avere una diffusione più ampia.
Utilizzando parole chiave come organic agriculture, comparison, nutrients e così via, la ricerca nei database ha individuato 52.417 citazioni di possibile interesse. Come sa benissimo chiunque abbia provato a fare una ricerca su Google, i possibili documenti candidati devono poi essere esaminati uno ad uno per verificare che siano realmente pertinenti. Questo controllo ha selezionato 292 possibili pubblicazioni rilevanti per lo studio. Può sembrare una riduzione notevole, ma poiché lo scopo di una rassegna sistematica è quello di dare la miglior opinione possibile su un certo argomento, è necessario escludere a priori le pubblicazioni che non soddisfino i requisiti minimi di qualità. In questo caso si è deciso di scartare qualsiasi pubblicazione non sottoposta a peer review, ossia comunicazioni a congressi, rapporti, tesi di laurea e altre fonti con un grado di affidabilità basso. I ricercatori poi hanno escluso i lavori non direttamente rilevanti (ad esempio quelli che si focalizzavano sul contenuto di elementi contaminanti come piombo e mercurio).
Gli articoli meritevoli di essere inclusi nella rassegna sono risultati 162, di cui 30 scritti in un linguaggio diverso dall’inglese; 120 articoli selezionati sono stati pubblicati dopo il 2000. Il numero di articoli presi in considerazione non è molto elevato, e questo probabilmente la dice lunga sulla qualità globale dei lavori pubblicati in questo campo: 44 di essi sono stati esclusi perché erano stati pubblicati senza il processo di revisione dei pari (insomma, non valgono nulla, e mi chiedo quante volte magari siano stati citati sui giornali). Ogni articolo è stato passato al setaccio da due ricercatori per estrarne i risultati e costruire un database globale. Su un totale di cento alimenti e 455 tra nutrienti e altre sostanze analizzate, solamente per 23 sostanze si sono trovati dati sufficienti per un’elaborazione statistica.
A questo punto gli autori della rassegna hanno fatto una cosa molto interessante: hanno attribuito un livello di qualità a ogni testo. Se l’articolo soddisfaceva una serie di requisiti era considerato di buona qualità. Una delle richieste era ad esempio la presenza di una descrizione precisa delle varietà agricole indagate: non quindi «pomodori», ma «pomodori San Marzano». Questo è di fondamentale importanza se si vogliono raffrontare in modo corretto i prodotti, altrimenti si rischia di confrontare le proverbiali pere con le mele. Doveva poi essere indicata con precisione la metodologia statistica utilizzata per analizzare i dati, e ho già spiegato come questo sia fondamentale per permettere a chi legge l’articolo di capire quanto significative siano le eventuali differenze riscontrate. Dovevano essere indicati chiaramente i metodi di produzione biologica, incluso il nome dell’ente certificatore. Anche questo è fondamentale perché nel mondo i termini «organico» o «biologico» vengono declinati in modi diversi, e alcune pratiche agricole ammesse in un paese possono essere vietate in un altro. In mancanza di questi e altri requisiti, la ricerca veniva etichettata come di bassa qualità. Solamente 55 articoli dei 162 iniziali, il 34 per cento, soddisfaceva i requisiti minimi. È un numero molto basso che fa riflettere: è infatti necessario migliorare il livello della ricerca scientifica in questo campo se si vogliono ottenere risultati attendibili e riproducibili. Un invito che gli autori della rassegna rivolgono a «tutti i ricercatori che lavorano su questi argomenti».
Lo studio ha preso in esame i vari nutrienti, eventualmente raggruppati in famiglie (quella degli antiossidanti, ad esempio, include diverse molecole) e per ogni nutriente ha calcolato le differenze percentuali riscontrate. Questo è stato necessario per poter confrontare studi diversi. In altre parole, indagando per esempio il contenuto di vitamina C nei vari alimenti (latte, mele, pomodori ecc.) si è verificato quale fosse la deviazione percentuale tra la quantità di vitamina presente negli alimenti bio e in quelli convenzionali.
tratto da http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/page/6/